Antonio Tabucchi 1943 - 2012
Egregio direttore,
era il luglio del 1994, mancava poco alle 7 del mattino quando scesi dal treno alla stazione di Santa Apolonia, a Lisbona. Era già giorno e, vista dal piazzale della stazione, la capitale del Portogallo non presentava di sé un’immagine particolarmente attraente.
[caption id=”attachment_557” align=”aligncenter” width=”298” caption=”antonio tabucchi”]
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Quel giorno di luglio mancava un mese al mio ventesimo compleanno ed era la prima di tante visite in Portogallo. Durante l’inverno precedente avevo studiato il portoghese, da autodidatta, su una grammatica tascabile (poi ho approfondito con strumenti più consoni) ed ero deciso a vedere Lisbona e il Portogallo, forse anche ad andarci a vivere.
Non voglio qui parlare di quel mio amore per il Portogallo né indulgere nella nostalgia autobiografica, lo cito solo per poterne spiegare le origini che sono semplici: avevo iniziato a leggere Josè Saramago, mi stavo avvicinando a Pessoa e, in quei mesi, erano usciti “Lisbon Story” capolavoro di Wim Wenders e “Sostiene Pereira” di Antonio Tabucchi (il film uscirà solo l’anno dopo).
E a Tabucchi devo dire grazie per avermi introdotto sia Pessoa che, indirettamente, Saramago e anche tutti gli altri: Lobo Antunes, Amalia Rodrigues, i Madredeus fino a Cesaria Evora e altri lusofoni non necessariamente portoghesi. Tabucchi, non lo sapevo ancora, mi aveva attaccato quella “lusofilia” che è divenuta un tratto inscindibile del mio essere al punto da essere oggetto di bonaria ironia fra gli amici (non seguo il calcio ma, ancora oggi, quando il Portogallo perde ricevo sms di comprensione).
Non lo sapevo ancora ma quell’incontro letterario che avrebbe cambiato per sempre il mio modo di pensare, di scrivere, di parlare e di guardare il mondo era dovuto a uno scrittore e studioso pisano, poco noto nel suo paese e che ebbe un minimo di riconoscimenti soltanto dopo averli ottenuti all’estero. L’uomo che riempiva gli scaffali delle librerie di Lisbona mi piaceva, allora, perché era uno scrittore elegante e facile da leggere, ironico ma non umoristico, filosofo nella prosa più ancora che nel testo di analisi.
Antonio Tabucchi rappresentava il perfetto scrittore del futuro prossimo che, agli inizi degli anni ’90, si faceva guardare ancora con ottimismo: era cittadino d’Europa (viveva tra l’Italia, Parigi e Lisbona senza apparentemente sentirsi straniero in nessun posto), interpretava l’intellettuale europeo del dopo guerra fredda, di quel periodo in cui, io speravo, si sarebbe finalmente potuto guardare al mondo o almeno al vecchio continente, come un’unica terra da percorrere senza confini né pregiudizi.
Sapeva guardare l’Italia col distacco dello straniero e con la partecipazione del concittadino, la giudicava caustico ma rilevandone anche la forza e i tratti positivi, senza essere esterofilo né inutilmente campanilista.
Egli era inoltre allora, e lo è stato fino a domenica 25 marzo 2012, il più grande scrittore italiano vivente.
Antonio Tabucchi non mi mancherà, come non mi manca Josè Saramago o Fernando Pessoa o Amalia Rodrigues: loro sono tutti con me, mi basta allungare un braccio verso la libreria per riannodare il dialogo con questi vecchi amici e maestri, sento per gratitudine che vorrei fare qualcosa per loro e la sola frustrazione è che sono troppo grandi perché una mia parola di lode possa aggiungere qualcosa al loro ricordo.
Credo però che, almeno Tabucchi, mancherà all’Italia che non gli ha dato tutti i riconoscimenti che avrebbe meritato e che, invece, avrebbe ancora bisogno della sua voce critica e incoraggiante, la voce del professore che sferza tagliente ma lo fa pensando (e raramente anche dicendo): sono duro sì, ma perché puoi dare di più.
Non avevo ancora vent’anni Direttore, e sceso dal treno mi arrampicavo verso Sao Jorge, sui colli di Lisbona, camminavo verso occidente ed ero a pochi chilometri dalla fine della terra, dal grande mare oceano, doveva essere un viaggio di un’ora, due al massimo, e dura da più di 17 anni. Così Antonio Tabucchi mi ha insegnato la poesia, la saudade e qualcosa, credo, sulla vita.
Addio Professore, non ti ho mai incontrato ma ti ascolto sempre, non ci vedremo mai ma continueremo a discutere, magari domattina, davanti al primo caffè della giornata.
Mauro Sabbadini
vicepresidente Arci Varese
03/26/12