Dopo Assisi e Roma: il pacifismo faccia davvero una politica nuova per il Medio Oriente
di Raffaella Bolini
Oggi giura il presidente Obama. Sarebbe stato un buon giorno, di quelli che aprono uno spiraglio alla speranza. Ma non c'è allegria, fra chi ha a cuore il genere umano e coloro che per la dignità degli umani spendono la vita. A Gaza si approfitta della tregua per disseppellire i morti dalle macerie. Dalle case distrutte riemergono i corpi di bambini, donne, anziani. Con le mani la gente cerca i propri cadaveri e i rimasugli della propria esistenza. E ieri due amici sono stati assassinati per strada da un killer a Mosca: Anastasia Baburova lavorava per lo stesso giornale di Anna Polikvoskaia, e Stanislav Markelov era un avvocato, attivista del movimento Alternativa che sta nella rete del Forum sociale mondiale e nostro alleato in Russia. Lavoravano al processo contro i responsabili dello stupro e dell'omicidio di una ragazza cecena da parte di un colonnello russo. Sembrano fatti lontani, Gaza e Mosca, legati solo dal tempo e dai vincoli di solidarietà. Ma, a guardare bene, non è solo il cuore a comandare questo legame. Cosa è permesso ai potenti in questo tempo infame? Tutto. Stragismo, terrorismo, guerra: dove stanno i confini? Da tempo chiediamo alla comunità internazionale di dislocare un presenza internazionale a Gaza, per garantire la protezione dei civili. Ci associammo alla proposta dell'allora Ministro degli esteri D'Alema quando si batté senza successo per lo stesso obiettivo, dopo il successo dell'operazione diplomatica in Libano che in queste settimane ha evitato l'allargamento della guerra. In queste ore un Berlusconi tronfio, dopo tre settimane di silenzio di fronte al massacro, dà la disponibilità dei carabinieri italiani all'azione anti contrabbando nel mare di Gaza e nei tunnel che la collegano all'Egitto, da cui passano le armi destinate ad Hamas. Ma dove sono le forze internazionali a garanzia dell'apertura dei confini di Gaza per i civili, per le ambulanze, per il commercio, per il cibo? Nei tunnel con l'Egitto è passato anche il pane, negli ultimi diciotto mesi, come succedeva a Sarajevo: e in quel caso i tunnel erano benedetti e difesi dalla comunità internazionale. Gaza è sotto assedio da due anni. Se c'è un modo per rafforzare Hamas, è permettere che prosegua l'assedio. Assedio vuol dire guerra, visto che da tremila anni chiamiamo guerra l'assedio che cinse Troia. Se il ritiro delle truppe israeliane non sarà seguito da una rapida fine dell'assedio, faremo bene a non smobilitare. Il sussulto di responsabilità che ci ha attraversato, nei giorni dell'orrore, non deve assopirsi. Non possiamo ripetere l'errore degli ultimi due anni, in cui abbiamo tutti sopportato che una metropoli diventasse un campo di prigionia. Pare che la diplomazia sostenga l'ipotesi di un governo di unità nazionale, e l'unità dei palestinesi è uno dei pochi obiettivi sicuramente utili per aprire uno spiraglio di futuro. Ma già si sente ripetere la solita litania: ‘Con Hamas non si tratta’. Speriamo in Obama, perché se dobbiamo confidare sull'Europa stiamo freschi. Il 17 gennaio l'Italia attivista ha ritrovato la voce. Con caratteristiche diverse, ma non confliggenti, ad Assisi e Roma in molti abbiamo detto che l'impegno per la pace in Medio Oriente deve adeguarsi ai tempi e alla realtà delle cose. Bisogna saper dire la verità sempre, rompere con la logica dei due pesi e due misure, tenere grande equilibrio di progetto ma saperlo costruire sanzionando chiunque si ponga fuori dal diritto internazionale senza equilibrismi che non valgono, in una guerra asimmetrica. Ora bisogna farlo. E non saranno pochi coloro, anche nello schieramento democratico, che troveranno più comodo e facile tornare alle confortevoli parole della retorica e del bilancino. Il rischio è che la forte assemblea di Assisi del pacifismo politico produca non politica ma solo aiuti umanitari e una bella missione di solidarietà a Gerusalemme. E che la grande manifestazione di dignità delle comunità palestinesi a Roma si rinchiuda nell'isolamento e nel minoritarismo. Chi davvero vuole ricostruire un ruolo per una politica di pace, bisogna che ritorni ad assumere responsabilità e protagonismo. Va ricostruita una alleanza nuova, capace di attrarre e di condizionare politica, intellettualità e società civile. Questa alleanza avrebbe bisogno di noi. Vogliamo provare ad esserne all'altezza? Info: bolini@arci.it
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