Un contributo di Livia Cantore, responsabile delle attività sui temi dell’immigrazione dell’Arci della Puglia
Anno 2009, eppure ci si domanda ancora che cosa significano oggi per gli italiani parole come ‘accoglienza’ e ‘solidarietà’. Le stiamo smarrendo perché stanno prevalendo altre parole come paura, insicurezza e rabbia? Oppure è solo perché non siamo preparati a confrontarci con lo straniero, con abitudini e culture, colore della pelle e lingue lontane da noi? Ci si domanda ancora perché la richiesta di sicurezza, per noi e i nostri figli, venga esasperata a tal punto dai mass media e dal Governo da stravolgere le regole della convivenza che invece potrebbero mettere ogni persona sullo stesso piano. Certamente i crimini, come le violenze sessuali, al centro delle cronache di questi giorni, non possono essere imputati alla presenza di immigrati così come i crimini contro ragazzi considerati stranieri, anche se vivono in Italia dalla loro nascita, non sono semplici atti di balordi ma puro razzismo. La Puglia è stata sempre luogo di presenza di migranti e lo è stato anche in questi anni: ricordiamo ancora le immagini della nave albanese a Bari o più recentemente le denunce sulle condizioni di schiavitù cui sono costretti migliaia di stranieri che lavorano nelle campagne del foggiano. Per chi ha avuto occasione di leggere i giornali pugliesi ha potuto apprendere della campagna allarmista avviata dopo la morte di Joy Johnson, stroncata i primi di marzo a soli 25 anni da una forma acuta e mal curata di tubercolosi. Ormai è una psicosi xenofoba che i medici di malattie infettive del Policlinico di Bari continuano a combattere parlando di positività dei migranti al test per pregresso contatto dell'organismo con il germe. Parliamo soprattutto di richiedenti asilo e rifugiati presenti in città dopo l'apertura del centro di accoglienza. Joy potrebbe essersi portata dietro la positività dal Paese di origine; poi in Italia vivendo in condizioni disagevoli, in spazi umidi e ridottissimi, la malattia è diventata acuta fino a portarla alla morte. E allora piuttosto che guardare ai migranti come untori, sarebbe meglio fare di tutto per visitarli ed eventualmente curarli. È arrivato il momento di scomodare San Nicola, santo protettore degli stranieri, per ritornare a capire quanto sia necessario dare risposte a problemi delle città che vedono coinvolti stranieri in situazioni di difficoltà e di ricattabilità? Alcuni mesi fa i bambini di una scuola elementare di Bari, insieme ai loro genitori, videro davanti all’istituto un murales che raffigurava visi di bambini stranieri, in particolare nordafricani, imbrattati e coperti da svastiche. L'atto ancora una volta è stato definito di vandalismo, ma a molti è venuta in mente la parola xenofobia. Le paure e le generalizzazioni sono ormai tra noi, nelle chiacchierate al bar o al mercato della frutta in cui le frasi comuni sono «È vero dicono che i giornali esagerano ma la paura c'è e forse bisogna fare attenzione con tutti questi stranieri che arrivano da noi…». Gli sportelli di orientamento legale in Puglia iniziano ad avere i primi segnali delle conseguenze di questa campagna di allarmi ingiustificati. Pur essendo la prima regione ad aver risposto con durezza alla proposta di denuncia da parte dei medici per i clandestini che si presentano in ospedale per richiedere le cure mediche, e dove ancora non si parla di ronde, pare sia partita una assurda guerra tra poveri. E mi ritornano alla mente le parole di Don Tonino Bello: «dietro ogni storia c'è un volto, due occhi, un cervello e un cuore anche se ha il colore della pelle diverso dal nostro».Info: cantore@arci.it
da arcireport
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